L’ultimo rintocco della fine della fase tre di casa Marvel continua a destabilizzare milioni di appassionati. Non ci posso fare nulla, l’incipit melodrammatico era citofonato, lo so. Impensabile però cancellare con un colpo di spugna – imbevuto delle nostre lacrime – alcuni storici protagonisti. Il riverbero delle gesta di alcuni supereroi ha sicuramente trasceso il banale concetto di protagonismo narrativo. Molti di loro sono icone delle cultura pop e l’interesse verso la loro storia non si estingue così facilmente. Tra di loro Black Widow, interpretata dalla sontuosa Scarlett Johansson, è sicuramente uno degli Avengers che ricordiamo con più affetto.
Non intendo ovviamente solo per la maestosità estetica, ma proprio per il suo passato tormentato. Anni di domande non hanno mai smorzato la curiosità che ci attraeva verso lo sguardo dell’eroina. Così impavida, tremendamente letale, ma allora perché compare sempre una parvenza di tristezza nel suo sguardo fugace? Noi di Kaleidoverse.it siamo potuti andare all’anteprima stampa di Black Widow, il film che uscirà il 7 luglio nelle sale italiane e dal 9 su Disney+, per poter rispondere finalmente a questa domanda. Di che colore sono i ricordi di Natasha e perché?
L’Avenger che fa le pose
Nelle molte vite sopite nei ricordi di Natasha Romanoff, non tutte hanno avuto un lieto fine. Gli Avengers, quelli che lei ha sempre definito la sua famiglia, non sono stati il suo unico porto sicuro. C’era un tempo in cui l’assassina più temibile del mondo era una bambina che adorava contemplare le lucciole, che sapeva sintonizzarsi con l’armonia della natura. C’era un tempo in cui i suoi ricordi non erano rosso cremisi. La storia di Black Widow non è sempre stata chiara al grande pubblico e i suoi risvolti ai sono celati in nebulose digressioni. Raramente abbiamo visto l’eroina su un palcoscenico tutto suo, ma ora abbiamo l’occasione si navigare tra i suoi ricordi. Il brutale indottrinamento e l’avvinghiante manipolazione che hanno attanagliato la mente di Natasha mi avevano sempre fatto commuovere e rabbrividire. Le torture compiute nella sua tenera età, la brutalità data in pasto a una giovane così spensierata e l’abominevole esportazione dei suoi organi riprodurtivi sono solo alcune delle violenze che ha dovuto sopportare. Tra tutti gli Avengers, lei è quella con cui ho empatizzato di più, ora per la sua storia struggente, ora perché ammetto di averci buttato qualche lacrima ad ogni suo atto di coraggio.
La recitazione di Scarlett ha poi reso tutto memorabile e vivido. Ciò che vedrete in Black Widow non è altro che un santuario immortale, atto a celebrare un’eroina forgiata in un passato di nefandezze, poi diventata il simbolo della redenzione in casa Avengers. L’intelaiatura narrativa stessa dell’opera è una dolce poesia d’amore dedicata alla protagonista, in cui vengono esaltate forza d’animo e il suo cuore. Esatto, il cuore. L’unico frammento di Natasha che non si è frantumato dopo le intemperie della vita e che l’ha permessa di sopravvivere. Uno spirito indomabile e genuino, che ha trovato la strada verso l’eroismo senza troppa fatica. L’ironia? Ciò che l’ha resa forte, fu una mezza bugia. La trama non esita mai a scuoterci con violenza, lasciando a schermo la sola manifestazione poetica dei sentimenti della donna più amata del MCU.
La stanza rossa e i frammenti dell’innocenza
Il film in sé non vanta di chissà quale pratese, ma penso fosse intuibile. Black Widow è un frammento sfuggente di un ricordo, che ora ha la possibilità di esprimersi. L’opera è trainata con destrezza ed eleganza da una Scarlett Johansson magistrale, che ho apprezzato di recente anche per il suo ruolo strappalacrime in Jojo Rabbit. La sua performance riesce a armonizzare tutte le vicissitudini che coinvolgono l’Avenger. Menzione onorevole anche per gli altri ingranaggi chiave del cast, capaci di trasmettere in modo genuino il rapporto familiare che vorrebbe far emergere la pellicola. Florence Pugh, nei panni di Yelena Belova, più di tutti riesce a dar spessore al suo personaggio, instaurando un rapporto sincero e profondo con la nostra Vedova Nera.
Sono sicuro che l’MCU ha ancora altri racconti in cui coinvolgere, e deve dire che la sua personalità mi ha già rapito. La presenza di Rachel Weisz e David Harbor è poi perfetta per il ruolo che ricoprono all’interno della pellicola. I loro personaggi, che ad ora non vorrei approfondire per ragioni di spoiler, sembrano quasi macchiette o stereotipi già visti. Ciò che però traspare da un’attenta analisi e che, per varie ragioni sociali-politiche, la caratterizzazione dei due buca lo schermo e spinge a qualche riflessione in più. Aspettatevi altri retroscena gustosi.
Un altare per la Vedova
Sebbene sul piano attoriale e sulla ragion d’essere di Black Widow, l’opera si adagi sugli allori, l’andamento degli eventi a schermo non l’ho trovato sempre incalzante. Per necessità di regia e gestione del tempo, alcune sequenze importanti risultano talvolta soffocate. Ritengo comunque sacrosanto precisare che si tratti di un’opera dal DNA commemorativo, che vuole rivangare i fasti di una delle eroine più acclamate del mondo supereroistico. L’aspetto scenografico è sicuramente la vera punta di diamante del film, non solo per la gestione degli spazi e la maestosità degli scenari che riescono a bucare lo schermo e a veicolare la profonda solitudine della protagonista. I vari scorci rurali e cittadini che compaiono tra le varie fermate del lungo viaggio di Natasha, sono sicuramente il punto forte della pellicola.
Si ha la costante consapevolezza e terrore che la minaccia sia globale e silenziosa, e bisognare sottolineare la buona riuscita di questa azione. Black Widow riesce a centrare il suo obiettivo, ora amplificando l’emotività dell’eroina, ora approfondendo alcune diramazioni narrative che abbiamo sempre udito a mezza bocca. Un film irrinunciabile? Non esattamente, ma riesce a dondolarci in un momento in cui siamo ancora tremendamente ancorati ai primissimi Avengers. Che poi Taskmaster mi galvanizza tantissimo, è un antagonista, per poteri e concepimento, che trovo oltremodo affascinante. I combattimenti “a specchio” inondano di adrenalina e perenne tensione tutto il film, aromatizzando un clima già di per sé sontuoso.
L’attesa quindi è valsa? Beh, Black Widow si conferma sicuramente un prodotto adatto alle aspettative. L’opera è di per sé fortemente rievocativa e autocelebrativa, che si adagia su una sceneggiatura non troppo impegnata, ma gonfia di ricordi. La sceneggiatura è sicuramente la portata principale del film, capace di inghiottire le emozioni e irrompere titanicamente fuori dallo schermo. Un prodotto dunque godibile, ma sicuramente non imperdibile.