Il cambiamento coglie tutti impreparati, inutile negarlo. Per quanto ci si sforzi di ignorarlo o di scongiurarlo, la vita è segnata da sconvolgimenti di varia natura ed entità, che portano gli individui a farsi una quantità non indifferente di domande. “Sarò in grado di affrontare e gestire questo cambiamento?”, “Quali saranno le ripercussioni sul mio piccolo mondo definito?”. Certo, non sempre gli interrogativi si formano così agilmente nella mente di ciascuno; a volte emergono per vie traverse, esplodendo in atti concreti di cui si riconosce l’origine solo a posteriori. Questa lunga introduzione è doverosa, vista la serie TV di cui si parla in questa recensione: Antonia, disponibile dal 4 marzo su Prime Video.
Diretta da Chiara Malta (Simple Women) e scritta da Elisa Casseri (Gran tour sentimentale), Carlotta Corradi (Beata te) e Chiara Martegiani, che ne è anche l’ideatrice, Antonia si presenta come una miniserie in 6 episodi che mettono al centro l’omonima protagonista. La serie è tutta italiana e vede nel cast la stessa Chiara Martegiani (Un gioco da ragazze), Valerio Mastrandrea (Diabolik), Barbara Chichiarelli (The Good Mothers), Emanuele Linfatti (Margini), Leonardo Lidi (Lessons of love), Hildegard Lena Kuhlenberg (Superstau) e Chiara Caselli (Belli e dannati). Ma cosa sarà mai capitato ad Antonia? Un’occhiata alla trama potrebbe illuminarvi.
Antonia: la trama
Antonia (Chiara Martegiani) ha appena compiuto 30 anni, ma la vita non sembra volerle fare gli auguri: litiga con il compagno Manfredi (Valerio Mastrandrea), arriva tardi al lavoro, viene licenziata e, come se non bastasse, le arrivano pure le mestruazioni. Mentre impreca contro Manfredi al telefono, seduta su un autobus di cui non ha il biglietto e seduta accanto a Michele (Emanuele Linfatti) viene beccata dal controllore. Arrivata al limite della sopportazione si alza per uscire, quand’ecco che sviene. Sipario?
E invece no: quando si sveglia in ospedale gli oracoli della medicina parlano e le diagnosticano l’endometriosi, prospettandole due scelte possibili da intraprendere e suggerendole un percorso di terapia per gestire la notizia. E Antonia, dopo un’iniziale fase di rifiuto totale per la diagnosi, inizia a girarle intorno, trasformandola in elefante nella stanza – anche se in realtà la protagonista la scoprirà più simile a una gallina. Inizia così un lungo percorso di riscoperta di sé che toccherà tutti i campi della sua vita e aiutandola ad accettare e convivere con sé stessa.
Espressionismo post-moderno
Antonia usa come palcoscenico una Roma tanto quotidiana quanto decadente e underground. La macchina da presa segue fedelmente la protagonista, che si muove tra palazzoni in ristrutturazione e altri che di una rinfrescata avrebbero proprio bisogno. Quest’aria vagamente retrò emerge anche dai costumi, in particolare quelli del personaggio principale, di chiaro spirito vintage. Tra giacche con spalle angolari e sfondi cromaticamente d’impatto che sollevano quasi i personaggi dallo schermo, Antonia si pone, dal punto di vista visivo, come una galleria di quadri espressionisti. Ma con un tocco di moderno.
Non è, ovviamente, solo la scelta dei colori ad acchiappare l’occhio, ma anche particolari scelte di montaggio, altalenante quanto i tempi della serie e magnetico, soprattutto in alcuni episodi – per dirne uno, l’episodio 5 – dove la qualità registica ricorda, anche se brevemente, quella di capolavori cinematografici come Everything Everywhere All At Once. Per quanto riguarda le interpretazioni del cast, invece, nulla da aggiungere: gli attori mettono in scena storie di vita vissuta e attuale, in cui l’età adulta si stende in tutta la sua stranezza e ineluttabilità, mescolando le feste e le serate fuori con la genitorialità e le responsabilità di una relazione e dimostrando che la crescita – il diventare grandi – non ha una data di scadenza.
Una serie-manifesto
Antonia ha, quindi, una bellissima ed eclettica cornice, ma è la trama che vi si svolge all’interno a fare la differenza, perché è forse la prima produzione italiana di questo tipo a parlare senza filtri e senza abbellimenti dell’essere donna e – cosa più importante – dell’endometriosi, una patologia di cui oggi si parla sempre più – e a ragione. La protagonista diventa così un simulacro di situazioni e avvenimenti che colpiscono in larga misura l’intero genere femminile ma che, applicati alla diagnosi, suonano come una vera e propria scoperta.
Non si tratta solo di questo: Antonia non si limita ad affermare al grande pubblico l’esistenza dell’endometriosi, ma si spinge oltre e va a toccare tutti i campi della femminilità, che si tratti della maternità – incarnata dal personaggio di Radiosa (Barbara Chichiarelli), ma anche da quello di Chiara Caselli, la madre di Antonia, Deanna – o del campo lavorativo – vedi Gertrud (Hildegard Lena Kuhlenberg). E Antonia, in questo marasma di accadimenti che sembrano quasi scontati per una donna, si barcamena senza una direzione ben precisa.
Di polli, galline ed evoluzioni
In Antonia la diagnosi dell’endometriosi si trasforma nella chiave di volta che rivoluziona completamente la vita della protagonista, che perde la bussola e si ritrova costretta a dover prendere delle decisioni molto importanti e inevitabili, dalle quali, in un primo momento, scappa, smarrendosi e rimettendo in discussione i punti saldi della sua esistenza: la sua relazione con Manfredi, improvvisamente inadeguato; l’amicizia con Radiosa, che adesso ha una figlia e sembra essere diventata tanto diversa da quella che era.
L’endometriosi diventa quindi un orologio ticchettante che ha risvegliato, con la sua comparsa, tutti gli altri lati della vita di Antonia che, sotto i suoi occhi forse un po’ distratti, sono cambiati o potrebbero farlo. E il viaggio dell’eroina che la donna intraprende per ritrovare il proprio centro le serve proprio per arrivare a una pace nei confronti del cambiamento e del tempo che passa; una costante quasi fatale, che però fa tutta la differenza nell’essere pollo o gallina – un quesito di fronte al quale Antonia si ritroverà.
Le nostre conclusioni su Antonia
Antonia si conferma una gradita novità nel panorama seriale italiano. Nonostante la breve durata che favorisce una fruizione immediata, la serie TV racconta un percorso di crescita inserito in un contesto dinamico e quotidiano. L’unione tra la regia sapiente e artisticamente vera e le interpretazioni autentiche del cast regalano agli spettatori una pausa dal mondo e un mezzo per conoscere sia l’endometriosi che la fatica immane che serve per crescere – soprattutto se si è donna.
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Antonia è una miniserie tanto solare e bizzarra quanto la protagonista che le dà il nome. Suddivisa in 6 brevi episodi, mette in scena la rinascita di una trentenne che si ritrova costretta a crescere nel peggiore dei modi: a causa (o grazie) a una diagnosi medica. La scoperta della malattia dà il via a un viaggio dell’eroe (dell’eroina, in questo caso) dai contorni malleabili che si trasforma ben presto nella discesa in una tana del coniglio fatta di luoghi comuni tipicamente presenti nella vita della maggior parte delle donne, ricostruendo una vita come tante che però è solo di Antonia, immersa in una Roma in trasformazione, proprio come lei. Grazie a una regia mutevole che trasforma la città in una sequenza disordinata di dipinti espressioni e fotografie architettoniche e a un cast tutto nostrano pieno di talenti forse a volte dimenticati, Antonia strappa più di qualche risata e, cosa più importante, sensibilizza su un tema tanto diffuso quanto delicato e fa empatizzare lo spettatore con la protagonista, improvvisamente smarrita di fronte alle correnti impetuose della vita.