Siamo a ridosso del periodo degli Oscar: l’8 Febbraio verranno rivelate al pubblico le nomination delle varie categorie e il 27 Marzo avverranno le premiazioni. Non c’è aria di mistero intorno alle candidature, le certezze risultano maggiori dei dubbi, ma quest’ultimi vanno ad alimentarsi al pensiero di chi otterrà la statuetta. C’è tanta carne al fuoco. In questo caso, entriamo nella categoria “Miglior attrice protagonista”: Jessica Chastain e Nicole Kidman, rispettivamente Tammy Faye (Gli Occhi di Tammy Faye, uscito in anteprima al Festival del cinema di Roma e in sala dal 3 febbraio) e Lucille Ball (A proposito dei Ricardo, disponibile su Prime Video), saranno quasi sicuramente due delle cinque concorrenti. Ciò che ispira quest’analisi sono le somiglianze e le sottili discordanze tra i due personaggi, modellate e curate in maniera maniacale. Le comunanze son visibili non solo per quanto riguarda il contesto televisivo americano, la sua frenesia, una maschera sul viso, una performance generale che le ha rese “irriconoscibili”. Questi punti sono il contorno e l’apice di ciò che è stato creato.
Entrambe sono donne dello spettacolo e tutte e due assumono un rapporto d’interdipendenza o, in alcuni casi, di dipendenza con il palcoscenico e il proprio consorte. Affrontano uno scandalo che mina valori coltivati giorno per giorno e, mentre tutto crolla, decidono di restare fino all’ultimo con l’unica cosa che le rende riconoscibili al mondo intero e a loro stesse: l’obiettivo della telecamera. Certo, possiamo discutere anche di stravaganza, quella che tanto attira e fa sbalordire il pubblico in sala, ma ritorneremmo a scavare in superficie, qui si vuole grattare il fondo, lo stesso che Tammy e Lucy cercano di evitare con tutte le forze.
La piuma: Tammy Faye
I timpani degli spettatori probabilmente saranno colpiti dalle note altissime che l’intero film mantiene per tutta la sua durata. L’iconica tele-predicatrice ne è la causa principale. È ciò che sin dal primo minuto permette a Jessica Chastain di costruire non solo le fondamenta della sua performance, ma l’intero ambiente in cui opera il suo personaggio. Tutto parlerà e accadrà secondo la sua visione. La piccola Tammy viene cresciuta col mito della fede e l’impossibilità di raggiungerla, poiché ne è continuamente allontanata. Le viene insegnata l’essenza dell’amore ma le viene continuamente proibita, il risultato è una debolezza che si traduce in completa dipendenza. La spontaneità nel perseguire una fede corrotta all’interno di un mondo che fa di ideali economici il suo nucleo d’intrattenimento, è ciò che crea le prime forme di contrasto tra lei e il suddetto contesto esterno.
Jessica Chastain riesce in maniera eccelsa a descrivere l’evoluzione della sua ingenuità a contatto con quel sistema: mentre il mercato, lo scontro tra arte e commercio, infetta la mente del marito e collega Jim Bakker, di per sé già votata al profitto e allo sfruttamento, Tammy Faye semplicemente sostituisce l’idiozia con la consapevolezza, rimanendo d’altra parte costantemente inerme di fronte agli atti del marito e degli eventi che la circondano. Lo spettatore è testimone di una vittima che continua a subire su più fronti, da più legami diversi, ma l’eccentricità, il sorriso, la maschera, la fede, rimangono perfettamente visibili e naturali nel viso e nei movimenti dell’attrice e ne rappresentano l’ancora e il salvagente. Come per il personaggio di Nicole Kidman, si tratta di un continuo gioco tra forze in cui il soggetto femminile, complici anche le strutture sociali del tempo, parte in svantaggio.
Il punto è che, dopo lo scandalo che rovina e rimescola i ruoli e i valori in gioco, non c’è cambiamento. Tammy Faye cade insieme a tutto ciò che “ha costruito”. La fragilità fa da padrona e l’ambizione, la forza, diventano solamente una reiterazione di ciò che non può più esistere. Allo stesso modo, la performance attoriale rimane su questa scia. Il fatto che l’interpretazione continui a essere “sopra le righe”, ma che contemporaneamente non scada nel surrealismo stantio e superficiale, è sintomo della profondità che l’attrice immette nel personaggio, e che genera alterando in maniera chirurgica quella stravaganza all’evoluzione dei fatti. La “piuma” mostra un continuo processo di creazione e distruzione facendo emergere una fragilità che tanto è palese quanto vuole essere nascosta, sorridendo e cantando su di una scala acutissima.
La roccia: Lucille Ball
Andiamo indietro di quasi una decina d’anni. Un cubano immigrato e una donna creano una piccola sit-com: Lucy ed io (in origine: I love Lucy) e fanno breccia nell’audience dell’America degli anni ‘50, in pieno maccartismo. Regia e sceneggiatura di Aaron Sorkin, di certo non l’ultimo arrivato in fatto di caratterizzazione e scrittura, garantiscono un assist importante per la performance dell’attrice di Batman Forever (…già) ma questa non è nient’altro che una premessa, il lavoro di Kidman non va e non vuol essere affatto sminuito.
Le prime informazioni sulla personalità di Lucy, oltre il suo grandioso successo professionale, sono: un rapporto conflittuale con il marito, un rapporto sessualmente attivo con il marito. La sensualità è parte integrante del personaggio, si respira e si capta in ogni gesto, così come l’attaccamento forte, ossessivo, con il compagno Desi Armaz. Un’entità unica. Apparentemente indissolubili. E allora lo scandalo arriva immediatamente. Fa luce su alcuni punti cardine del rapporto, elementi lasciati scoperti, deboli se minacciati. Si scoprono a poco a poco i tratti di ognuno, il loro passato e il tanto romantico e dolce concetto di casa: il desiderio di un rifugio in cui far riposare una macchina produttiva di straordinaria efficacia, lasciar andare anche solo per un attimo l’ambizione, la competizione, in favore di un benessere reale, fuori dalla narrazione.
È un contesto di dipendenza, interdipendenza, di nuovo dipendenza e così via, ritorna la dinamica del gioco tra forze, tra coniugi e colleghi, amore e spettacolo. In questo ambiente però lo spettatore non cresce insieme a Lucy, egli deve scomporre un immaginario già ben costruito e quindi un conflitto già spento e avviato più volte. Ciò in cui Nicole Kidman eccelle è la distribuzione degli indizi necessari alla decodifica dei cambiamenti, dei traumi che quei scontri hanno causato nel suo personaggio. Lucille passa da padrona a presunta vittima fino a divenire quasi un soggetto esterno ai fatti, desideroso solamente della sua piccola tana. Non sono eventi improvvisi a fare da causa a questi effetti, la causalità è proprietaria della percezione dell’ambiente, ed è in questo campo che colei che tira le fila è proprio l’attrice. Con il corso degli eventi, passati e presenti, il dubbio sarà l’elemento, in continuo crescendo, che farà sciogliere il blocco di ghiaccio che le si para dinnanzi. Potremmo ritornare all’ “emersione della fragilità” ma si andrebbe a fraintendere un punto fondamentale.
In conclusione
Tammy risulta ingenua perché da sempre relegata in quello stato, questo genera la sua fragilità; Lucy è fin troppo cosciente della sua vita professionale e intima per risultare tale e quindi crea un antidoto: coprirsi gli occhi di fronte a ciò che potrebbe rovinare tutto. Di conseguenza: Jessica Chastain è alle prese con l’esposizione di una donna intrappolata nella fanciullezza; Nicole Kidman con una che sembra quasi cercarla. Una riesce perfettamente a giostrarsi nell’assurdo, l’altra a scomporsi e a mostrarsi attraverso un’impassibilità di fondo.
È tradizione nei confronti far vincere l’imparzialità. Nonostante una piccola e personale antipatia verso questa pratica, non è il momento adatto per romperla. Entrambe le papabili candidate hanno dimostrato un incredibile adattamento alla realtà esistenziale costruita dal resto degli artisti coinvolti, e credo che l’ipotetica vittoria di una o l’altra dipenda dall’efficacia e dall’influenza delle altre variabili sul loro straordinario lavoro. Per altri approfondimenti, seguite Kaleidoverse e i canali Facebook, Youtube, Instagram e Telegram.