Ebbene sì, è ufficiale: la serie TV grazie alla quale non penseremo più a “un, due, tre, stella!” allo stesso modo avrà una terza – ed ultima – stagione. Che la nuova serie di Squid Game facesse parte dei progetti di Netflix previsti per il 2025 lo sapevamo già, soprattutto grazie al teaser rilasciato dalla piattaforma sui social e su YouTube sotto il titolo “Non hai idea” (in originale “You’re Not Ready”). Ed è sempre sui social – in particolare su X – che ci hanno finalmente rivelato la data di uscita dell’attesissima stagione finale, prevista per il 27 giugno.
Tra colpi di scena, un’aspra e cruda critica nei confronti della società capitalistica coreana e un’atmosfera tesa e intrigante, il regista e sceneggiatore Hwang Dong-hyuk ha dato vita ad un vero e proprio fenomeno mediatico. Ciò ha permesso a Squid Game non solo di scalare le classifiche, ma anche di portare alla creazione di una vasta gamma di prodotti collaterali, tra cui molti videogiochi e un reality show ispirato al concept della serie. La gente ne è tanto innamorata che noi della redazione di Kaleidoverse abbiamo deciso di portare alla vostra attenzione alcune valide alternative – sperando di rendere l’attesa più sopportabile per tutti.
Squid Game è un vero e proprio fenomeno mediatico, che ha portato alla creazione di vari prodotti collaterali
Choose or Die (2022)
Kayla Edwards (Iola Evans) vive in un quartiere malfamato ed è reduce dalla morte del fratellino; una tragedia di cui la madre sembra portare delle profonde conseguenze psicologiche. Come se ciò non bastasse, sia le due donne che l’intero quartiere vivono nel terrore di Lance, uno spacciatore apparentemente ossessionato da Kayla. L’unica nota positiva nella sua vita è Isaac (Asa Butterfield), un ragazzo geniale e un po’ imbranato che sogna di produrre il proprio videogioco . Ed è proprio a casa di Isaac che Kayla trova Curs>r, un videogioco a 8bit che promette una ricompensa per chi lo porta a termine. Avviato il gioco, quest’ultimo inizia a mettere Kayla davanti ad una serie di scelte concepite per far soffrire lei e chi le sta intorno.
A metà strada tra Saw – L’enigmista e Black Mirror, Choose or Die è quello che promette di essere: un horror splatter tipicamente hollywoodiano, un po’ patinato ma con del potenziale. La sceneggiatura non è altro che un rapido e inesorabile discendere nella psiche della protagonista, che verrà costretta dal gioco ad affrontare emozioni fino a quel momento nascoste sotto al tappeto, un po’ come AM di “Non ho la bocca e devo urlare” costringeva i suoi prigionieri a tradire la propria natura. E, sempre come nel racconto di Harlan Ellison, sembra che l’unico scopo di tanta sofferenza sia unicamente quello di intrattenere l’entità misteriosa dietro al gioco. Per chi fosse interessato, il film dura un’ora e venticinque minuti ed è disponibile su Netflix.
The 8 Show (2024)
Vittima di una truffa finanziaria e braccato dagli strozzini, Bae Jin-su (Ryu Jun-yeol) decide di togliersi la vita. Tuttavia, viene fermato appena in tempo da uno strano messaggio e dall’arrivo di una limousine che lo conduce fino a un teatro deserto, dove viene messo di fronte a una scelta. Può prendere i soldi sul tavolo e andarsene o partecipare ad un gioco con la possibilità di guadagnare molto di più. Dopo aver deciso di partecipare, Jin-su si ritroverà in uno strano edificio, nel cui atrio spiccano un enorme orologio e un timer bloccato sulle ventiquattro ore. Qui il protagonista prende subito possesso di una delle otto stanze disponibili, dove trova il contatore del montepremi, che aumenta ogni minuto. Il giorno dopo fa la conoscenza di altri sette individui. Insieme, si renderanno presto conto che è possibile far aumentare il tempo di gioco.
Tratto dal webtoon Money Game di Bae Jin-soo, The 8 Show ha indubbiamente dei punti in comune con Squid Game. Così come Gi-hun, anche Jin-su viene reclutato quando è sull’orlo della disperazione. E anche in questo caso il vero scopo del gioco sembrerebbe essere quello di intrattenere un pubblico. Tuttavia, dove Squid Game attacca in maniera diretta ed esplicita il capitalismo nella Corea del Sud, questo k-drama preferisce trattare un tema più universale. Sul lietmotiv de “il tempo è denaro”, mette l’accento sul fatto che, oggettivamente, il mondo del lavoro consiste nel mettere in vendita il tempo a nostra disposizione, e purtroppo al tempo di ognuno di noi non viene dato lo stesso valore. Se volete cinismo misto ad un pizzico di sana ironia, la miniserie conta dieci episodi, disponibili su Netflix.
Alice in Borderland (2020)
Arisu Ryohei (Kento Yamazaki) è disoccupato, vive con il padre e il fratello – che a differenza sua sta facendo carriera – e passa gran parte del suo tempo davanti ai videogiochi. Quando decide di andarsene di casa, Arisu si rivolge alle uniche presenze stabili nella sua vita: Karube e Chota. I tre amici gironzolano per Shibuya, finché non rischiano di causare un incidente stradale. Spaventati dalle conseguenze corrono a rintanarsi nei bagni della stazione, e una volta tornati allo scoperto trovano una Tokyo totalmente deserta. Col calare della notte, improvvisamente uno schermo pubblicitario si illumina, invitandoli a raggiungere quella che poi si rivelerà essere un’area di gioco.
Ai più suonerà come una banalità, ma il mondo della cultura pop è piena di artisti che sanno quello che fanno. E non sempre è necessario scavare nelle loro vite per capirlo. Basti pensare a come Rick Riordan intreccia mitologia antica e modernità, o all’attenzione ossessiva per i dettagli per cui la Pixar è famosa. Il mangaka Haro Aso – in questo caso affiancato dagli sceneggiatori Shinsuke Sato e Yoshiki Watanabe – non fa eccezione. È questo a rendere Alice in Borderland speciale. Di fatto, la serie non si limita alla quasi omonimia con il romanzo di Carroll, ma ne è una trasposizione a tutti gli effetti. Possiamo notarlo dai nomi di alcuni personaggi e molti passaggi della sceneggiatura. Non a caso, il protagonista si chiama Arisu, in riferimento ad Alice.
Alice in Borderland non si limita alla quasi omonimia con il romanzo di Carroll, ma ne è una trasposizione a tutti gli effetti
Inoltre, mentre Squid Game è essenzialmente politico, Alice in Borderland tratta temi più sociali. Infatti tocca una vasta gamma di problematiche che pungono sul vivo il pubblico, tra cui la questione hikikomori e l’identità di genere. La maggior parte dei personaggi sono outsider che hanno trovato difficile adattarsi ad una società schematica e inquadrata come quella giapponese. In effetti non è un caso se il tema di fondo di tantissimi anime e manga è la solitudine o le sue conseguenze. Nel caso foste interessati, troverete su Netflix le due stagioni attualmente disponibili, con una terza in arrivo.
E voi, avete visto queste serie? Se sì, cosa ne pensate? Guarderete la terza stagione di Squid Game? Vi invitiamo a farcelo sapere con un commento sotto l’articolo o sulla nostra pagina Instagram – su cui inoltre siete liberi di seguirci per supportarci e tenervi sempre aggiornati su ogni novità ed uscita. Nel frattempo, sul nostro sito potete sempre recuperare i precedenti articoli, tra cui La Corea del Sud non è solo K-pop e K-Drama