Facciamo un gioco: immaginate di essere ancora agli inizi degli anni 2000. L’infanzia o la prima adolescenza passata fuori a giocare con amici, o da soli senza piattaforme social o Netflix, con al massimo un PC o una PlayStation 2 montata su un televisore a tubo catodico per godere di vecchie glorie e di nuove saghe videoludiche. C’era così tanto tempo da perdere, condito con una spensieratezza e un’immaginazione che solo gli occhi di un bambino possono avere. In effetti un po’ tutti i giovani (o giovanissimi) appassionati di videogiochi, me compreso, avevano sempre lo stesso pensiero innocente, senza dover mai pensare a conseguenze catastrofiche: “quanto sarebbe bello vedere un film tratto dal nostro gioco preferito?”
I film adattati da videogiochi non hanno avuto una vita felice. Chi ha un po’ più di anni sulle spalle forse si ricorderà di capolavori del trash come Super Mario Bros. del 1993, Street Fighter con Jean-Claude Van Damme nel 1994, Mortal Kombat (divenuto iconico per via del suo tema musicale) nel 1995 e i due Tomb Raider con una Angelina Jolie ancora in grande spolvero. Peccato che questa breve parentesi finì subito, quando ormai gli adattamenti videoludici hollywoodiani divennero una consuetudine. Da DOA: Dead or Alive a Doom, dalla lunghissima serie di Resident Evil con Milla Jovovich agli accettabili Silent Hill e Like a Dragon (cioè Yakuza) di Takashi Miike. Però c’è una persona in particolare che si oppose a tutto ciò: un pazzo capace di alzare un polverone tale da mettere in cattiva luce il videogioco e l’evoluzione dello stesso su più medium.
Il macellaio del videogame
Uwe Boll su tutti ebbe la folle idea di trasportare su grande schermo molte (per non dire tutte) delle sue serie cult preferite. Nella sua filmografia spiccano con immenso dolore lungometraggi come Far Cry, Postal e ben due trilogie con BloodRayne e In The Name of The King. Tuttavia il punto più basso lo raggiunse con Alone in The Dark, considerato da molti uno dei peggiori film mai creati. Il suo carattere stoico lo portò a essere criticato aspramente dalla critica cinematografica e videoludica (dal pubblico, soprattutto), facendosi odiare persino da Kojima e da Blizzard stessa. Addirittura ricevette numerose nomination ai Razzie Awards, vincendone poi due come peggior regista e soprattutto come peggior carriera nel 2008, premio che non veniva assegnato dal 1987.
Il destino del videogioco su schermo era ormai appeso a un filo. Nessuno avrebbe mai più voluto scommettere per davvero su un prodotto videoludico, se non con lo scopo di offrire secchiate di fan-service al consumatore medio di un’opera in particolare. La situazione peggiorò infatti con Tekken prima e col seguito di Silent Hill poi, fino a raschiare il fondo del barile con Assassin’s Creed. Dopodiché, uno spiraglio di luce si aprì, offrendo al gaming la possibilità di redimersi dopo tanti fallimenti. Quella luce in fondo al tunnel, così calda e accecante, ma allo stesso tempo così distante, aveva solo un nome: Netflix.
La venuta del salvatore degli adattamenti videoludici
Continuiamo a giocare: immaginate un universo alternativo in cui non abbiamo mai avuto Castlevania su Netflix, con Konami ancora segnato da un ennesimo disastroso adattamento hollywoodiano. Arnold Schwarzenegger interpreta un Simon Belmont sotto steroidi, a John Travolta viene data la parte del Dracula più esagerato nella storia del cinema, e il film viene bombardato così duramente che la sua unica eredità culturale duratura è un meme di Belmont intento a prende a pugni una testa di Medusa ridicolmente falsa fino a farle scoppiare gli occhi. Per fortuna, nulla di ciò è accaduto realmente.
In questa realtà, abbiamo una serie animata che mescola armoniosamente filosofia e dialoghi lunghi e ponderati con umorismo becero e violenza estrema, senza dover mai convivere col pensiero di Travolta che fa il discorso sul “Cos’è un uomo” in Symphony of The Night. Dopo decenni in cui Hollywood ha tirato fuori film insipidi tratti da videogiochi, gli ultimi anni sono stati legittimamente sorprendenti, quasi una manna dal cielo. Questo perché la TV ha finalmente dato loro il tempo di respirare e di esprimere la loro arte. La maledizione è stata spezzata e dobbiamo ringraziare soprattutto Netflix.
Quantità e qualità
Come dimostrato in tutti i film citati in precedenza, i produttori cinematografici hollywoodiani hanno sempre avuto una smania di adattare lo stesso universo di un prodotto su grande schermo, senza mai invogliare davvero lo spettatore ad acquistare l’opera di partenza. Con Castlevania, per esempio, si ha avuto la brillante idea di arricchire il materiale originale, costruendo su di esso i retroscena di personaggi familiari o abbellendo il mondo di gioco con più dettagli, strizzando l’occhio anche ai giocatori di vecchia data. Questa serie, infatti, ha ispirato numerose opere presenti proprio su Netflix, come The Witcher, Cuphead e soprattutto Arcane, lo spin-off di League of Legends, il quale si dimostra il vero esempio da seguire.
Sicuramente non riesce a toccare vette ormai scavalcate da Pixar, ma Arcane di per sé è in una classe a parte se si tratta di stile, fondendo l’animazione 2D per effetti speciali e deviando in animazioni completamente diverse per scene straordinarie, un po’ come succede su Dishonored. Inoltre, i personaggi di Arcane ottengono qui tutta la profondità che non avrebbero mai potuto avere nel MOBA: tragici retroscena, fantapolitica e relazioni che ottengono abbastanza tempo sullo schermo per sembrare reali. L’opinione più comune al riguardo è che Arcane può piacere a chiunque, anche a chi non ha mai giocato a League of Legends e, grazie alla serie su Netflix, vorrebbe cominciare a farlo (pur rimanendo deluso).
Anche Castlevania non è da meno. Quest’ultimo usa personaggi importanti presenti nel gioco e la sequenza temporale come trampolino di lancio per una storia più ricca e guidata dai personaggi. E non ha paura di riscrivere completamente alcuni personaggi in modo da far provare più empatia con il pubblico. Isaac, il personaggio più carismatico nella serie, funziona tramite un nodo di odio e disprezzo di sé stagione dopo stagione, con personaggi che intavolano con lui alcune delle migliori conversazioni. In Curse of Darkness, capitolo su PS2, Isaac è il classico cattivo schiamazzante vestito per organizzare un perfetto Bondage Party.
Le ragioni del successo
Non tutti gli adattamenti videoludici di Netflix però hanno raggiunto queste vette: Dota: Dragon’s Blood per esempio è un fantasy ben costruito, ma generico; Capcom produce da anni pessimi film in CGI di Resident Evil e, con le ultime serie Infinite Darkness in CGI e l’omonima opera in live action, dimostra ancora una volta che la serie Capcom non può minimamente essere trasportata su altri media. Certo, i cattivi adattamenti non sono estinti, ma è comunque emozionante vivere un momento in cui “trash” o “mediocre” non siano più gli standard più alti ai quali possono ambire.
Lo streaming è sicuramente un formato migliore per questi spettacoli rispetto al film di Hollywood. Tuttavia il motivo principale per cui tali serie sono state fantastiche è che sono semplicemente realizzati da persone effettivamente interessate ai videogiochi e li capiscono. Arcane è iniziato come un progetto esclusivo di Riot, prima di passare da Netflix; gli animatori di Castlevania Sam e Adam Deats sono cresciuti grazie ai giochi; The Cuphead Show è diretto dagli stessi autori, i fratelli Moldenhauer; Henry Cavill è un PC Master Race, nonché un accanito fan di The Witcher (sia dei libri che dei giochi) e di Warhammer, e se non dovesse mai riuscire a recitare in una serie a lei dedicata, sarebbe una grande perdita per tutti.
Netflix e piattaforme streaming come culla degli adattamenti videoludici?
Quindi, ricapitolando, Castlevania è sicuramente stato il pioniere di questa nuova generazione di adattamenti videoludici, ma The Witcher, The Cuphead Show e Arcane, per via della loro classe, sono gli spettacoli che stanno già trasmettendo la loro eredità alle nuove leve (sia in Oriente sia in Occidente), e così sarà almeno fino al prossimo decennio. Prendendo due esempi, Studio Trigger si mise a lavoro su Edgerunners, il quale in questi giorni ha generato un effetto domino clamoroso su Cyberpunk 2077, mentre i ragazzi di Ufotable (gli animatori di Demon Slayer e Fate, per intenderci) si sono già messi a lavoro sull’anime di Genshin Impact, mostrando già i muscoli con un trailer.
Non passerà molto tempo che Disney+ e soprattutto Amazon mettano le mani su altri progetti da adattare, sganciando miliardi di dollari per portarli su piccolo schermo: la serie su The Last of Us uscirà nel 2023; il progetto di Mass Effect sembra stia già prendendo piede; sono già cominciate le riprese sulla serie di Fallout. Certo, non stiamo parlando già di miracoli in quanto il rischio di cadere nella “trappola hollywoodiana” è sempre presente, ma almeno oggi il videogioco su piccolo schermo può già vantare di una qualità maggiore di quella espressa su grande schermo.
Hollywood continuerà a provarci, ma gli ultimi tentativi mostrano pochi segni di evoluzione, rispetto ai lungometraggi prodotti in passato. Il film di Uncharted somiglia a Uncharted, ma l’esperienza non è migliore (o quanto meno simile) a quella giocata. Borderlands è un jolly per via della presenza di Eli Roth alla regia e quella di Kevin Hart e Cate Blanchett in scena, ma questo sembra l’ennesimo film che funzionerebbe molto meglio come serie animata che si prende il suo tempo nell’esplorare Pandora. Gli adattamenti videoludici ora appartengono alle piattaforme streaming (e abbiamo visto quanto possano essere migliori), ma bisogna stare sempre all’erta per la trappola dell’hype. Grazie per aver seguito con noi l’odissea del videogioco nel suo trasporto su schermo. Per altri approfondimenti riguardanti il videogioco e il cinema a tutto tondo, vi invitiamo caldamente a seguirci sui nostri vari canali e su Kaleidoverse.it.