Arriva su Netflix nella giornata del 28 settembre 2022 il film Blonde di Andrew Dominik con Ana de Armas. Basato sul romanzo omonimo di Joyce Carol Oates, questo lungometraggio, non classificabile come biopic, gioca con lo spettatore dall’inizio alla fine per mostrare quanto realtà e fantasia possano mischiarsi e quanto Norma Jeane Baker abbia dovuto sopportare nei panni di Marilyn Monroe. Oppure no? Questa versione della vita della sex symbol più famosa di tutti i tempi non cerca di essere veritiera, e difatti è basata su un romanzo, ma cerca di mostrare gli stati d’animo della protagonista e quanto la vecchia Hollywood (e in parte anche l’attuale) non perdonasse nessuno.
Questo film di quasi tre ore è un’introspezione, è un viaggio nei meandri di una psiche fragile, mal curata o trattata. È uno stralcio dei fatti che probabilmente sono accaduti alla dolce Marilyn Monroe e all’ignorata Norma Jeane. Sì, perché come è chiaro nella pellicola, le due non sono la stessa persona, non lo sono mai state, ma purtroppo abbiamo sempre e solo guardato quella sbagliata. Noi di Kaleidoverse siamo qui per condividere con voi i nostri pensieri sul film senza spoiler.

La (s)fortuna di Marilyn Monroe
Tutti, nella realtà e nel film, continuano a ripetere a Marilyn quanto sia fortunata. Quanto chiunque ucciderebbe per essere al suo posto. Per essere così bella, sensuale, desiderata. Chiunque vorrebbe essere lei, tranne Norma Jeane. Durante il lungometraggio vi è una sensazione di grande disagio, data sia dalle riprese sia dal formato dell’immagine sia da altri escamotage cinematografici. Marilyn è costantemente sotto i riflettori ed è ingenua. Non perché sia stupida ma perché si fida delle persone sbagliate. La giovane è alla strenua ricerca di una guida, di una figura paterna che non arriva mai. Perché il padre non si farà mai vivo e i suoi spasimanti si approfittano di lei fino alla fine. A partire da Joe di Maggio fino ai Kennedy, nessuno, nemmeno i produttori che l’hanno inserita nei loro film in cambio di favori sessuali, ha mai davvero tentato di aiutarla.
E non è Marilyn Monroe a essere lasciata sola. Lei non è mai davvero da sola. A essere lontana da un qualunque contatto veramente umano e compassionevole è Norma Jeane Baker, la bambina con la madre ammalata e il padre mai incontrato. La bimba che girava con una tigre di pezza, che è passata dall’orfanotrofio a una famiglia che l’ha data in matrimonio al vicino di casa appena raggiunta l’età legale per sposarsi. Norma Jeane Baker è un Dorian Gray che vende la propria anima a servizio di un dipinto per non invecchiare mai, con la differenza che la giovane californiana diventa Marilyn non per estetismo ma per sopravvivere, per uscire da una vita non sua. Purtroppo la nuova identità la porta semplicemente in un tunnel di disperazione ancora più oscuro.

Un’anima a colori in un mondo bianco e nero
Ciò che più colpisce di Blonde è l’uso del colore. Ciò che è a colori dovrebbe mostrare la realtà, mentre ciò che è in bianco e nero la finzione. Ma è così? Forse invece, ciò che è a colori è Norma Jeane, mentre in bianco e nero è semplicemente Marilyn, la donna sex symbol, inventata per le telecamere che non è che un personaggio piatto, bidimensionale. Bionda, bella, con le curve giuste e poco cervello. Norma Jeane, invece, non è così, è un personaggio a tutto tondo, che soffre, infinitamente. Vive, o meglio sopravvive e viene usata da tutti, nessuno escluso; è empatica ma non viene capita. Viene presa in giro e usata fisicamente, psicologicamente e spiritualmente.
Questo lungometraggio non colpisce per la sua perfezione. La pellicola è lunga e per chi non è interessato al personaggio è anche piuttosto pesante. No, questo film resta con lo spettatore per quel senso di ingiustizia che permane in tutte le scene. Perché la madre tratta Norma Jeane così? E perché il padre non la vuole? Perché gli amici in realtà sono solo approfittatori? Ma soprattutto, perché nessuno è riuscito ad aiutare questa giovane ragazza tanto solitaria quanto intelligente? In questa storia che potremmo quasi analizzare come un’allegoria del menefreghismo del mondo contemporaneo rimangono tante domande e poche risposte. Non sappiamo se Marilyn Monroe è morta per caso, se c’è stato un complotto o se tutte le storie che si sentono sono vere. Sappiamo però che c’era una volta una bambina sola di nome Norma Jeane che da allora non è mai cambiata.
Le nostre conclusioni su Blonde
“È così angosciante che una scena con le persone vere continui senza sosta. Senza finire mai. Come si può fermare? O comprendere cosa vogliono dire le persone che probabilmente non vogliono dire niente. Non come in un copione. Senza senso. Succede e basta. Come con la pioggia.”
Blonde di Andrew Dominik è crudele. Non è un biopic, non vuole far vedere i momenti iconici della star e non è nemmeno un documentario che elenca pedissequamente gli eventi della vita di Marilyn. Potrebbe essere classificato come film d’autore o adattamento di un romanzo. Eppure ha un che di crudo e disturbante. Mostra non solo la vita della star ma anche la crudeltà che dilagava (e ancora è presente) nell’ambiente dello spettacolo. Quanto gli attori, soprattutto se donne, fossero carne da macello e semplici modi per avere successo nell’industria. Marilyn Monroe diventa, durante la pellicola, un marchio di fabbrica, un qualcuno di esterno a Norma Jeane Baker, qualcuno che tutti pensano di conoscere ma che in realtà non esiste. E, in un finale che non cerca un motivo o un colpevole, non c’è più Marilyn e Norma Jeane è finalmente libera.
Ciò che rimane di Blonde è il ritratto di una donna sola, abbandonata, lasciata a se stessa. La piccola ragazza che ha cercato un papà per tutta la vita era un uccellino ingabbiato che batteva le ali per uscire, urlava per essere guidata, capita. E la sua gabbia d’oro era formata da tante piccole lettere che formavano il nome Marilyn Monroe. La sex symbol dell’epoca. La stupida bionda che sgambettava davanti alla telecamera e cantava dei gioielli. L’attrice che il pubblico voleva vedere per il suo corpo e sempre nello stesso ruolo. E, alla fine, chi ha ucciso Norma Jeane non è Hollywood, non sono i produttori e nemmeno la CIA. Siamo stati noi. Noi abbiamo ucciso Norma Jeane Baker. Se volete rimanere aggiornati sulle notizie dal mondo del cinema, degli anime dei videogiochi e molto altro, unitevi al nostro canale Telegram e continuate a seguirci sul sito Kaleidoverse.
Cos'è vero e cos'è falso? Cos'è a colori e cos'è in bianco e nero? Chi era Norma Jeane e chi era Marilyn Monroe? Nemmeno questo film lo sa. Basato sul romanzo di Joyce Carol Oates, questo lungomentraggio di quasi tre ore tenta di mostrare le sfaccettature di Marilyn e di Norma Jeane. Ci riesce? In parte e in modo alquanto crudele. Ana de Armas è incantevole, credibile, perfetta in un ruolo che sarebbe sfuggito di mano a qualunque altra attrice.
Il film è lontano dall'essere perfetto ed è fin troppo lungo per coloro che di Marilyn non si sono mai curati molto. Per coloro che invece amano la figura sicuramente è un buon lungometraggio ma è molto crudo e mostra i lati più difficili e controversi che potrebbero aver circondato la stella del cinema. L'audience finisce la visione e si chiede perché. Perché alcune persone sono tanto sventurate e incontrino solo individui malintenzionati. Forse se Norma Jeane non avesse mai cominciato la carriera nel mondo dello spettacolo avrebbe riordinato la propria vita e avrebbe vissuto fino a novant'anni. Però non avremmo avuto Marilyn. E questo è il punto di tutto. Noi abbiamo avuto Marilyn Monroe e lei ha perso Norma Jeane.