Thor nudo. Ora che ho la vostra attenzione posso raccontarvi perché sono uscito dall’anteprima stampa di Thor Love and Thunder con un sorriso misto a lacrime in faccia e poi a casa è diventata rabbia condensata a frustrazione. L’opera è un elisir di rock n’roll e strapotere divino, ma il concetto alla base è secondo me corretto. È l’iperbolica avventura di Chris Hemsworth e ciò che vibra su schermo deve essere il carattere dell’eroe. Deve essere dirompente e sopra lo righe, deve essere eccentrico e un geyser di emozioni, deve essere sensuale. È letteralmente la ballata finale di Thor, nel bene e nel male.
Diciamo che è come se D’Annunzio, I Metallica e il gemello malvagio di Taika Waititi avessero collaborato per un film e si fossero presi a cazzotti tra una scena e l’altra. Letteralmente il sogno proibito di ogni amante della versione cinematografia dello Zio del Tuono. Sinceramente mi aspettavo una pellicola strappalacrime sull’importanza di Thor nel MCU e una sorta di odissea introspettiva insieme ai Guardiani della Galassia. Mi sbagliavo grosso, diciamo che a livello critico è tutt’altro che perfetto, ma con zero pretese lo rivedrei anche 3-4 volte di fila. Senza indugio, scende in campo il guardiano che dopo aver perso tutto, ora deve dare un senso alla sua vita. Allora Thor, qua si ha paura del multiverso, tu quale minaccia ci proponi sul menù?
Thor Love and Thunder: un film eccentrico per un eroe straripante
Nella recensione di Doctor Strange Nel multiverso della Follia ragionavo su un concetto che vi invito a riesaminare. I film più riusciti legati ai supereroi sono quelli che hanno ibridato la propria estetica ed arte scenica con il sentimento veicolante della trama. In altre parole come fu per la fragilità di Strange, anche in questo caso la baldanza eroica di Thor veste di un colore diverso tutto il film. Il risultato è un dirompente valzer di botte e luoghi da fiaba, farciti di grasse risate e colori scintillanti. Guardare Thor Love and Thunder è come fermarsi in un’osteria dall’altri tempi e udire le gesti di eroi che le hanno palesemente gonfiate, ma senza distorcerle.
Nella sua naturale imperfezione fiabesca, l’opera riesce egregiamente a far trasparire tutte le increspature psicologiche del dio norreno, spingendo l’acceleratore su alcuni ricordi troppo dolorosi da rivangare. Eppure è tutto di nuovo a schermo, come se fosse un perverso incrocio tra reminiscenza e realtà. Thor ha bisogno di un nuovo scopo e l’ha finalmente trovato. Non toccherò minimamente aspetti della trama, perché non voglio far palesare neanche lontanamente qualche barlume di spoiler. Ciò che ho apprezzato è la completa assenza di veri e propri momenti morti, anche perché la sceneggiatura in sé è talmente esuberante da non necessitare di escamotage riempitivi.
Giustizia per Gorr
L’andamento funziona nella sua semplicità, ma ci sono comunque grossolane lacune narrative. Il personaggio di Gorr, il macellatore di dei e antagonista principale della vicenda, è stato gestito in modo discutibile. Le sue scene cruciali si contano sulle dita di una mano, i suoi poteri sono spiegati con grossolano pressappochismo e le sue origini sono romanzate in pochi secondi. Un amaro in bocca che non ha giustificazioni, se non legate al minutaggio. Un antagonista dipinto in modo eccelso con motivazioni concrete, un’arma macabra e un destino che meritava qualche parentesi aggiuntiva.
Sapete quanto detesto parlare di trama, anche quella più banale da palinsesto, ma ci tengo ad approfondire le motivazioni dietro la mia severità sul personaggio di Gorr. Christian Bale ha senza dubbio dato vita a un villain molto più umani di quello che mi potessi aspettare. L’inquietante cultore delle ombre e cacciatore di dei non è solo una minaccia affascinante per concetto, ma anche vascello di umane incertezze e quesiti esistenziali. In fin dei conti l’abiura che compi su se stesso, rinnegando la sua vita ed esistenza, non è un atto contro natura, ma forse il più umano possibile. La cieca devozione o la fede possono da sole sostituire l’amore ed adombrare le atrocità della vita? I fili divini del fato sono così sordi e crudeli? Domande che, inconsciamente, sfiorano la nostra esistenza e ci mettono nei panni di Gorr. Lunga vita agli antagonisti che bramano sollevare quesiti scomodi, ma necessari.
Il finale stesso risente molto di tale scelta, perché non permette di empatizzare a pieno con il personaggio da comprendere la situazione. Insomma, il risultato è un crescendo scoppiettante, ma che qualitativamente non fa breccia nel cuore. La componente estetica di Thor Love and Thunder non ha molto di cui rimproverarsi. Le musiche sono sublimi e azzeccatissime: vero successo dell’adrenalina veicolata dalle sequenze di combattimento. La scenografia è da mozzare il fiato, anche se siamo un pizzico lontani dagli scenari aperti e rampanti che ci avevano abituati gli ultimi film. Idealmente sembra una corsa tra set scenici appariscenti con un bel carico di effetti aggiuntivi. Piacevole, ma alla lunga stucchevole.
Non so se sia voluto, ma le scelte fatte in tal senso sembrano dare un tocco teatrale molto calcato, come se l’intera trama fosse una rappresentazione scenica in chiave aulica. Parlare della verve attoriale del cast in un film Marvel ormai è diventato ufficialmente scontato. Il carisma dei protagonisti eclissa molte altre leggerezze e quasi da solo vale in prezzo del biglietto. Impossibile non amarli.
Thor Love and Thunder è una fiaba dalla morale amorosa e dall’etica struggente. La delicatezza con cui vengono affrontati certi temi, cede il posto a una genuina voglia di sognare e di credere nella bontà, che mai mi sarei aspettato potesse farmi brillare gli occhi. Taiki Waititi sale in cattedra e si improvvisa Omero, decantando le gesta del dio del tuono con la sua solita esuberanza creativa, ma anche un’insolita solennità, che dona all’opera introspettività e un riverbero quasi leggendario. Thor sembra essere il narratore eccentrico della sua storia e fa di tutto per rapire la scena, anche mettendo a nudo le sue fragilità. È una storia agrodolce, che vi farà terminare la visione con un sorriso e una lacrima, ma senza bucare per memorabilità. Gli errori più gravi fatti sono legati alla mal gestione di Gorr su schermo e alla sua presenza poco articolata, sia sul piano emotivo, che su quello innato. La scelte fatte sul piano della sceneggiatura rendono l’opera piacevole, ma frettolosa e lacunosa in molti contesti diversi. So che molti di voi desiderano la pura goliardia, ma in generale non si può non sottolineare un’occasione sfruttata per metà. Il risultato è un titolo che non annoia mai ed è a metà strada tra un’opera teatrale sfrontata e una fiaba che vorremmo farci leggere dai nostri nonni tutte le notte. Deliziosamente imperfetto.