Torna dopo vent’anni dal suo ultimo lungometraggio Adrian Lyne, regista del film candidato agli Oscar Attrazione Fatale, ma anche Flashdance e Proposta Indecente, insomma, uno dei pionieri degli anni ‘80 hollywoodiani che con le sue opere dalle forti tinte erotiche ha saputo conquistare il pubblico e creare in parte l’immagine di un intero decennio cinematografico. Il 18 Marzo uscirà su Prime Video la sua ultima fatica: Acque Profonde, con Ben Affleck e Ana de Armas, e in questa recensione no-spoiler ne analizzeremo i contenuti.
Vic (Ben Affleck) e Melina Van Allen (Ana de Armas) sono una coppia “problematica”. Lui un marito devoto alla cura verso la famiglia, un uomo prosciugato da influenze esterne che si scontrano con un carattere debole, mancante di controllo. Lei una moglie rappresentante la causa delle suddette influenze e attrice di un amore senza confine, tanto da sfogare la sua passione verso una serie di amanti senza preoccuparsi di nulla. Un rapporto in decadenza, tossico, che porterà a conseguenze drastiche per almeno uno dei due.
Amore tossico, ama il tuo prossimo
Una trama ripresa dal romanzo di Patricia Highsmith e già trasposta sullo schermo nel 1989 da Michel Deville, che purtroppo, a oggi, non esplode più da sola. In prodotti del genere, dove il linguaggio criptico e la creazione di enormi contrasti con la verosimiglianza vissuta dallo spettatore generale fanno da padrone, si crea un bellissimo dialogo con il comparto tecnico dell’opera, essendo l’unico appiglio rimasto al ricevente che viaggia soltanto di percezione visiva. Tutti i personaggi sanno tutto, è già tutto cominciato se non addirittura finito. Enemy di Denis Villenueve può essere un esempio, America Latina dei fratelli d’Innocenzo può esserne un altro per sottolineare il concetto. La scrittura è lontana da una buona decifrazione e regia e montaggio si fanno padroni della narrazione; niente di male, tutt’altro. Forse però in Acque Profonde c’è un problema.
In questo caso si parla di un amore in decomposizione da ormai tempo, di cui noi siamo solo testimoni un po’ più privilegiati degli altri. La sceneggiatura a cura di Zach Helm e Sam Levinson, quest’ultimo già autore di Euphoria e Malcom & Marie, richiama un certo modo di introdurre e trasmettere una passione tossica che ricorda pellicole che hanno fatto la storia del nostro cinema – e per nostro intendo La Notte di Michelangelo Antonioni -. Specialmente nella prima parte della pellicola i due coniugi sembrano una molla che si stringe verso l’amore e si allarga verso un odio profondo che solo quell’atmosfera può descrivere, e complice la bravura dei due protagonisti, quell’aria sembra essere quasi realizzata, riadattata a oggi. Si sente la mano di un regista d’altri tempi, che forse però non riesce più a stare al passo.
Un flusso d’identità
Ecco quindi che quell’aria di mistero, mano a mano che passano i minuti e quindi la poltrona dell’osservatore si fa sempre più comoda e immersa nel contesto, finisce per svanire e ridursi a un istinto animale raccontato nel più classico dei modi, aggiungendo, soprattutto verso il finale, sequenze di una frenesia e drammaticità si contemporanea, ma già superate. Il panorama odierno è in un momento di incredibile transizione e queste formule stanno entrando nella sfera dell’obsoleto.
Sia a livello verbale che visivo c’è un’alternanza di stili e generi che non sembrano mai trovare un momento in cui assestarsi e definire il proprio quadro artistico: passiamo da inquadrature e dinamiche tipiche della commedia, al dramma puro, al thriller puro, fino all’horror psicologico. Tutto ciò non è versatile ma confusionario e svilente verso l’intera opera. All’interno di questo flusso di canoni c’è una cosa che non cambia mai e anzi rimane statica nella sua sufficienza: la fotografia. Il film è quasi interamente contornato da tinte verdi che richiamano l’acqua profonda – da qui il nome dell’opera -, e sporca, di cui si vuole raccontare, e fatta eccezione per alcune sequenze notturne, questa caratteristica rimane invariata. Un’occasione sprecata verso un miglior supporto a una trama silenziosa.
Due ingranaggi perfetti in una macchina difettosa
Ana de Armas è incredibilmente efficace nella trasmissione di una sensualità desiderosa e desiderata. C’è una padronanza dell’eros in questa pellicola, soprattutto da parte dell’attrice, che riesce a stimolare una buona immersione nei sentimenti vissuti dalla vittima, dall’altro consorte. Ben Affleck è un uomo che riempie lo schermo e trasuda imponenza in ogni inquadratura, infatti, sfido chiunque a non cadere in inganno durante i primi minuti dell’opera nel capire “chi è padrone di chi”. Questo è il fulcro di Acque Profonde: una questione di gerarchia, di un ordine che viene sempre più ribaltato e svelato. Sensualità e debolezza; Imponenza e vulnerabilità. Identici nei difetti di fondo e perciò in qualche modo complici. Una rivoluzione dei ruoli non percepibile senza il lavoro dei due attori.
Questi ultimi però risultano elementi di una macchina che a un certo punto non fa altro che ripetersi. E se tutto ciò che si è costruito in precedenza ha qualche buco ficcato qua e là, allora il continuare sulla stessa linea non farà altro che aumentarne il diametro. È una ricostruzione di una determinata tensione drammatica, erotica e violenta, che cambia semplicemente facciata. La progressione è unilaterale e sembra aver raggiunto il picco sin dall’inizio. L’ingranaggio quindi va fluido verso qualcosa di già previsto che non riesce a valorizzarsi e farsi distinguere da ciò che lo spettatore ha già in mente.
Le nostre conclusioni su Acque Profonde
Dunque, Acque Profonde è un prodotto che nella filmografia del regista non risulta tanto un passo falso per un tradimento verso le sue peculiarità ma piuttosto per un mancato adattamento verso la contemporaneità. L’erotismo è riuscito, ma a livello tecnico vi sono mancanze fondamentali per far sì che un tipo di trama del genere possa far breccia nella psiche del pubblico, poiché essa fa affidamento a formule ormai prosciugate. Così facendo tutto quello che risulta al di fuori della tensione sessuale, risulta debole. Di certo c’è che scorre con grandissima facilità e ciò lo rende perfetto per il target televisivo a cui fa riferimento sia negli Stati Uniti, che nel resto del mondo.
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Acque Profonde segna il ritorno di un pioniere dell'erotismo cinematografico che però non riesce a cogliere ciò che davvero valorizza il panorama contemporaneo e rimane quindi in uno spazio costituito da formule stantie che fanno perdere d'efficacia un incipit narrativo bisognoso di supporto tecnico.