Free Guy – Eroe per gioco nasce in un momento storico delicato per questo genere. Celebrità e videogiochi raramente sono andati d’accordo nello stesso contesto. Inutile girarci intorno, quando si sente anche solo nell’aria il connubio tra mondo videoludico e cinematografico, ecco sopraggiungere i brividi. D’altronde però siamo così, no? Un po’ polemici e talvolta incontentabili, sempre pronti a difende a spada tratta i giochi che ci hanno fatto innamorare. È sempre una scommessa dunque puntare su un film che voglia far collidere due emisferi così complicati da tenere uniti, senza evitare che l’uno sovrasti l’altro. Se da un lato non sempre le star riescono a comprendere appieno le dinamiche ludiche e ciò che provano gli appassionati, dall’altro si prova l’arduo adattamento di titoli quasi intoccabili. Un eccesso di messa in scena o lo scendere a patti con dei tagli narrativi imposti dal minutaggio possono essere i primi ostacoli da avvallare, e non tutti riescono nell’impresa.
Questa volta però si osa qualcosa di insolito, che non rimane imbrigliato nella rete di sacralità di un solo marchio, ma che vuole parlare di videogiochi, provandoli a comprendere veramente. La recensione di oggi tratta, infatti, di Free Guy – Eroe per gioco, una pellicola che cerca di abbattere la dicotomia che accennavo in precedenza, scaraventando lo spettatore nel brio digitale che ci avvolge tutti i giorni, senza risparmiarsi. L’esperimento sarà riuscito o sarà l’ennesimo tentativo di dialogo con un linguaggio troppo superficiale e incomprensibile? Prima di addentrarci nella città più strana del cinema, vi ricordo che l’opera approderà – probabile su su Disney+ – al cinema dal 11 agosto 2021.
Free Guy: nella Free City che rimanda ai grandi GTA
Come ogni protagonista che si rispetti, Free Guy non poteva che nascere in Free City: una città digitale folle e straripante di missioni da completare. I suoi abitanti sono esseri perlopiù pacifici, NPC di strada li chiamerete forse, che si dilettano nel ripetere in un loop infinito le loro giornate impacchettate. Ogni mattina un NPC si alza e sa che dovrà essere rapinato o brutalizzato, ma nessuno ci pensa. Free City è un posto stranamente esaltante dove vivere, basta che tu non sia un abitante. Ci sono due gruppi di persone che albergano le strade virtuali: gli ignari personaggi secondari con una vita felice, ma dalle poche pretese e “quelli con gli occhiali”. Chi sono? Beh, potenzialmente siamo noi. Utenti alla ricerca di un po’ di svago pirotecnico in cerca di una scazzottata o di adrenalina dopo aver rapinato una banca o un negozio. Volete qualcosa in più? Munitevi di lanciagranate e demolite vetture senza preoccuparvi degli effetti collaterali.
Non ridete è morto un NPC!
Una città per tutti e un parco giochi per chi ama esplosioni. La storia inizia proprio da uno degli ignari impiegati di una banca nel gioco. Come tutti gli altri NPC, Il nostro Free Guy vive nel paradossale ciclo di morte e rapine che fa sembrare la sua vita così reale, ma non sa di essere un elemento fatto di codici e comportamenti stabiliti. Ogni mattina si alza, saluta il suo pesciolino rosso, mette la sua camicia rigorosamente azzurra e sa che dovrà andare in banca nell’attesa che questa venga rapinata. Accade però tutto con una semplicità e frequenza così disarmante, che ormai fa tutto parte di una routine da prendere con il sorriso. Nel Far West digitale che si apre in Free City, ci sembra di essere all’interno di un classico della saga di GTA, in cui i giocatori sono onnipotenti, mentre i passanti e gli scenari rimangono immobili e cristallizzati. Il comportamento di ogni abitante segue uno schema rigido e in città vi sono gli stessi punti per tutti in cui completare missioni.
Cosa accadrebbe però se nella bolgia digitale di eventi già stabiliti, una variabile cambiasse tutto lo schema? Cosa accadrebbe se un personaggio decidesse di eludere il suo ciclo per osare qualcosa di più? Da una piccola curiosità o dal semplice richiamo di una figura che amiamo e attendiamo da tutta una vita, la nostra strada decide di intraprendere una via diversa.
Free Guy: la ricerca dell’Io nel mondo digitale
La quotidianità si sgretola e ciò che abbiamo sempre accettato passivamente per induzione viene messo in discussione da qualcosa di irrazionale. Poco conta che sia una qualcosa di banale, ma dal grande significato, o una giravolta amorosa insolita. La vita grida a gran voce di spostarsi su un binario diverso. Così, un’intelligenza artificiale creata per diletto e apparentemente senza un’anima decide di vivere, cambiando ciò che gli è stato imposto come assoluto dalla sua pseudo-nascita. Free Guy è stanco di fare l’aiutante in banca, desidera evadere e sentirsi completo. Decide di arrendersi all’amore. Da tali premesse la storia del film danza tra una situazione esilarante all’altra, in cui il protagonista cerca costantemente di vivere secondo il proprio cuore e la sua bontà. Voi vedete la trama di un film puerile o sbottonato, io ci vedo un insegnamento di vita sacrosanto.
Le chiavi di lettura che rendono l’opera intrigante su più piani cercano di scomodare anche gli spettatori più disattenti e forse ritrovano un po’ di loro stessi nella gabbia digitale di Free Guy. Si parla di videogioco e si respira goliardia, eppure vi è un messaggio di fondo sottilissimo che invita a osare oltre ciò che ci è stato detto essere un nostro limite. Perché accontentarci? Perché non inseguire quel sogno che per molti non è altro che una folle utopia da sradicare? Io credo che nella metafora del NPC brutalizzato dalla sua stessa esistenza, vi sia un richiamo libertà di cambiare, nonché un grido al rinunciare a quelle maschere cucite dall’accettazione e dall’insoddisfazione che insistiamo ad indossare ogni mattina.
Il Truman show nell’universo streaming
Free Guy, brillantemente portato in vita da Ryan Reynolds, desidera essere qualcosa in più che la classica macchietta comica. Oltre il velato discorso sulla metafora tra l’IA senziente e l’umana accettazione, vi è nascosto anche un messaggio per il mondo videoludico. Dopo anni di insuccessi e rappresentazioni cinematografiche grossolane, per la prima volta si desidera uscire oltre gli schemi qualunquistici del videogioco. Il cinema si è spesso fermato a dell’intrattenimento per famiglie, farcito con delle apparizioni iconiche, senza mai sforzarsi di trasmettere la complessità e il valore del settore. È qui che entrano in scena altre tre figure degne di nota: Jodie Comer, Joe Keery e Taika Waititi. Il loro ruolo all’interno della pellicola non desidero approfondirlo per evitarvi spoiler, ma le loro doti artistiche sono riuscite nell’intento di raccontare il videogioco da un’altra prospettiva, quella dello sviluppatore.
Free Guy riesce ad essere un palcoscenico adeguato per raccontare una complessa storia legale che intreccia concetti come la proprietà intellettuale, la complessità di produzione di un’opera e alcune dinamiche commerciali esibite dai publisher. La narrazione spinge con passione verso l’esaltazione del cuore creativo del videogioco, valorizzando le sue proprietà artistiche ed elogiandone la complessità tecnica. Ci si lascia andare su temi delicati dell’industria, armandosi di un pizzico di cinismo e satira, ma anche volgendo lo sguardo ad alcuni tecnicismi elementari che possono incuriosire gli spettatori meno eruditi. Certo, non mi aspettavo una lezione sul videogioco, ma devo dire che alcuni temi potevano essere approfonditi con più precisione, anche se forse si sarebbe rotta per troppo tempo la natura comica della pellicola.
Da elogiare però l’intelligenza di veicolare certe tematiche in una veste matura e mai noiosa. Un folle Waititi, talvolta spinto verso l’esagerazione, incarna infine tremendamente bene alcuni stereotipi tipici del capo interessato ai meri interessi ludici, spesso svendendo l’anima della creazione. Analogie e critiche caustiche, che però sono le specchio di alcune realtà infelici del settore.
Genialità registica e derivazione
Sul fronte tecnico Free Guy sembra fare il verso a un The Truman Show. La venatura comica della pellicola è talvolta oscurata da un pizzico di drammaticità, spesso esasperata dalla natura del protagonista. Lo scenario così apparentemente imperituro e felice, non è altro che caduco e falso: un fittizio mondo digitale che esiste per compiacere qualche spettatore – o giocatore – annoiato. Le uniche due macro differenze sono nella presenza di un deus ex machina e nell’ipocrisia della città dei due protagonisti che prendo sotto esame. Free Guy non nasce, infatti, per essere schiavo dalla pubblicità e dei giochi mediatici, ma lo diventa successivamente, quando ormai padrone della propria vita.
Si parte da due background diversi, ma si contempla in modo analogo le fragilità dell’esistenza e ci si sorprende della genuinità dei protagonisti. Troppo buoni per essere reali, troppo palpabili per appartenere ad un mondo di finzione. Similitudini incredibili, che però fanno riflettere sul flusso di genialità in fase di regia. Per commentare alcune azioni di Free Guy durante la sua vita, per esempio, intervengono degli streamer che tutti noi conosciamo o abbiamo sentito una volta nella nostra vita.
Affascinati dalla vicenda ed emozionati della azioni fuori dal comune dell’uomo in camicia, si avverte la stessa sensazione di quel pubblico che osservava sbigottito Truman, mentre solcava le onde. La scenografia in Free Guy è anch’essa decisamente convincente, capace di far sentire lo spettatore completamente immerso in un vero videogioco e ed enfatizzando ad arte alcuni comportamenti quotidiani online. Uniche note dolenti sono però per la varietà degli scenari e l’esagerazione di alcune parabole comiche. Si ha dopo un po’ l’impressione che non si riesca mai a mettere davvero il naso fuori da Free City e che vi sia una ripetizione di poche location rilevanti. Da un lato è parzialmente voluto, poiché si accentua il senso di costrizione e tedio del protagonista, ma dall’altra non dà soddisfazione allo spettatore. Alcune parabole comiche non hanno la stessa efficacia di altre e si scivola – una tantum – in luoghi comuni che non sono propriamente utili da mettere in scena e fanno storcere il naso.
Cos’è dunque Free Guy? Sicuramente un prodotto atipico, che desidera spezzare un tabù ormai insopportabile: la possibilità di armonizzare il mondo cinematografico e quello ludico. La scrittura e la regia dell’opera sono figlie dell’influsso positivo di opere incredibili del passato, ma l’arte è nel saperle raccontare in chiave digitale ed attuale. Il Free Guy non è altro che un Truman ai tempi del mondo streaming, un essere genuino e spontaneo, capace di veicolare valori molto più umani di molti altri presunti tali. Il film riesce con delicatezza e un pizzico di satira a raccontare degli scorci intriganti e affascinanti del mondo videoludico, esaltandone complessità e poetica. Non mancano le critiche ad un sistema talvolta esasperato ed avvinghiato a pratiche commerciali discutibili. Free Guy - Eroe per gioco è un’opera ambiziosa e portavoce di una grande rivincita, anche resa possibile dalle doti attoriali di un cast brillante ed encomiabile. La visione del film non è solo consigliata, ma d’obbligo, anche perché creazioni del genere spesso vanno ben oltre la semplice godibilità e scomodano pensieri sempre più necessari in un mondo come il nostro.